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Kirjailija
Carmelo Musumeci
Kirjat ja teokset yhdessä paikassa: 6 kirjaa, julkaisuja vuosilta 2017-2020, suosituimpien joukossa La Belva della cella 154. Vertaile teosten hintoja ja tarkista saatavuus suomalaisista kirjakaupoista.
Quando uno scrive non mai sicuro di niente. E non vero che uno scrive per s stesso, si scrive sempre per gli altri. Si scrive per sentirsi vivi. Io scrivo anche per dimostrare a me stesso che, nonostante sia chiuso in una cella, coperto di cemento, sbarre di ferro e cancelli blindati, non solo respiro, ma sono anche vivo.In questo volume si alternano parti di diario, racconti, poesie e storie pi lunghe, il tutto scritto negli anni pi bui della mia storia carceraria, durante i quali credevo veramente che di me dal carcere sarebbe uscito solo il cadavere. Ho deciso di pubblicare questo libro perch penso che tutto quel dolore vada ancora raccontato, per non dimenticare. Mi auguro che questo libro possa aiutare a far conoscere l'esistenza in Italia della "Pena di Morte Viva" e che possa servire a far sapere alla societ che una sofferenza inutile non fa bene a nessuno, neppure alle vittime dei nostri reati. Carmelo Musumeci
"Dico sempre che sono nato colpevole, ma poi ci ho messo del mio per diventarlo. E ci sono riuscito." Continua l'autobiografia romanzata di Carmelo Musumeci. Dopo "Nato colpevole", in cui narra i primi 18 anni di vita, prosegue in questo libro il racconto degli anni della giovinezza e della scalata ai vertici della malavita.
Questa nuova edizione di "Gli Uomini Ombra e altri racconti" ripropone il primo libro pubblicato da Carmelo Musumeci. Scritto quando era condannato all'ergastolo senza benefici, con la certezza di morire in carcere, Carmelo descrive la vita di chi, come lui, costretto a vivere da sepolto vivo, destinato ad una morte spirituale e civile, prima ancora che fisica. Sono racconti di forte partecipazione emotiva, che rendono evidente la lotta per l'esistenza di chi, come l'autore, non vuole arrendersi a perdere la speranza e a resistere per la libert .
Potrei dare la colpa delle mie scelte criminali alla mia infanzia infelice o alle botte che ho preso prima in collegio dalle suore e dai preti e subito dopo nelle carceri minorili (a soli quindici anni sono stato legato al letto di contenzione per sette giorni).Io, per , preferisco non darmi nessuna attenuante perch , come dico spesso: "Sono nato colpevole, ma poi io ci ho messo del mio per diventarlo".Sono nato in provincia di Catania, e ho vissuto fino all'et di dieci anni in Sicilia, una terra bellissima, ma un ambiente pieno di difficolt , ancora drammaticamente attuali.Abitavo in una piccola casa, in periferia del paese, di due stanze e una cucina, in una viuzza chiusa.Io e i miei fratelli, uno pi piccolo e l'altro pi grande, dormivamo in cucina, due in un letto e l'altro in un altro lettino.Il nonno e uno zio erano andati a lavorare in Svizzera, mentre mio padre era emigrato in Francia.Passavo le giornate nella viuzza insieme a tutti gli altri bambini, scalzi e affamati, ma felici di stare tutto il giorno fuori di casa a scorrazzare per i campi e a rubare la frutta, a salire sugli alberi, andare a caccia di lucertole e rane.Spesso alla sera, quando rientravo a casa, non c'era quasi nulla da mangiare e sia io che i miei fratelli andavamo a letto dopo aver mangiato solo pane bagnato nello zucchero.A volte mia nonna mi portava con lei a fare la spesa al mercato e mi aveva addestrato che mentre lei dava da parlare io dovevo rubare quello che potevo.Una volta mi scoprirono e mi arriv uno schiaffo in faccia da mia nonna, mentre mi gridava: - Quante volte ti devo dire che non devi rubare Poi a casa mi diede il resto, sia perch mi ero fatto scoprire e sia perch le avevo fatto fare brutta figura.All'et di sei anni andai a scuola ma le mie assenze furono cos tante che fui bocciato.Una volta mentre andavo a scuola trovai un gattino, lo presi, lo misi nella mia cartella e, non potendo rientrare a casa, lo portai con me a scuola.Durante la lezione il gatto si mise a miagolare e la maestra scopr il gatto, fui espulso dalla scuola per dieci giorni. Anche in seconda elementare fui bocciato, ci riprovai l'anno appresso e passai in terza elementare.Ma ormai per la mia famiglia ero gi grande per iniziare a lavorare: avevo nove anni e andai a lavorare con mio zio nella muratura.Mio fratello, come al solito, era stato pi fortunato di me, era andato a lavorare in una pasticceria e cos poteva mangiare tutti i giorni iris, arancini, cannoli e paste di mandorle.In seguito, a causa della separazione dei miei genitori, fui costretto ad emigrare con mia madre e i miei fratelli in Liguria, a La Spezia.Per poi essere rinchiuso in collegio, dove mi sono sempre mancati la famiglia, gli effetti, l'amore, un punto a cui aggrapparmi per sfogare le mie angosce e la mia tristezza di adolescente abbandonato a se stesso.Qualche mese lo passai nel collegio di Cerri, in provincia di La Spezia.Mi mancava la Sicilia, la viuzza, le zie, la nonna, i miei fratelli, mi mancavano pure le botte e i calci nel culo che mi dava mio zio durante il lavoro.Non riuscivo ad adattarmi alle regole rigide del collegio.Non volevo farmi il segno della croce prima di mangiare, non volevo stare composto a tavola e mangiare con le posate.Un giorno scappai per i campi e, dopo una terribile notte di paura passata a dormire all'aria aperta.Mi ripresero l'indomani dei contadini e mi portarono dal prete che dirigeva il collegio.Questo mi riemp di botte e mi rinchiuse in una stanza al buio, senza acqua e senza mangiare.Ancora adesso ricordo quei giorni come se fosse allora e provo la stessa rabbia di allora. Il prete era alto e grosso come una montagna, era vestito tutto di nero, con un grosso bastone in mano e mi disse: - Bastardo, volevi scappare? Dopo questa lezione non scapperai pi .
La Belva della cella 154Anche se romanzata, questa una storia vera che risale agli anni '80.Scrivo normalmente di notte immerso nelle tenebre con l'unico bagliore che proviene dall'esterno dello spioncino del blindato che invece d'illuminare spesso rende ancora pi buia la mia cella.Scrivo libri perch credo che in Italia la giustizia e le prigioni siano quelli che sono anche perch , a differenza di altri Paesi, nel nostro manca una letteratura sociale carceraria. E la letteratura l'anima di un Paese, per questo m'illudo di crearne una con i miei romanzi sociali noir carcerari.Scrivo libri perch vorrei che si sapesse che in Italia ci sono uomini ombra senza sogni, n speranza, umani diversi da tutti gli altri perch vivono senza esistere, in un eterno presente esclusi dal futuro, dalla vita e dall'umanit . Scrivo libri perch vorrei si sapesse che in Italia ci sono persone murate vive fino all'ultimo dei loro giorni, senza neppure la compassione di ucciderli prima. E poi scrivo anche perch ogni persona che mi legge mi trasmette un po' di forza per continuare a esistere e resistere.Si chiamava Nino, ma tutti lo chiamavano la "Belva". Nino fin da bambino si era rifiutato di sottomettersi alla vita e al mondo. E dopo si era rifiutato di sottomettersi all'Assassino dei Sogni.Nino era diventato un lottatore che non era mai sceso a patti con nessuno. Neppure con la vita.Erano diversi anni che stava dentro al ventre dell'Assassino dei Sogni. In apparenza era in piena salute fisica e psichica. Il realt era una Belva imprigionata in una gabbia. Una Belva stanca e ammalata dalla vita. Nino era anche un uomo ombra. E nel suo sguardo non c'era nessuna speranza. Forse perch non ne aveva bisogno. Nino non era solo un uomo ombra. Era anche un ergastolano ostativo. E gli ergastolani ostativi non hanno nessun sogno da sognare. Nino era invincibile perch non era n morto, n vivo. Era solo una Belva. Era diverso da tutti gli altri prigionieri. Era taciturno. Era vissuto solo quasi tutta la vita. E ora gli piaceva essere solo. Tutti pensavano che fosse pazzo. Lo pensava pure lui. Pesava cento chili. Erano cento chili di muscoli e nervi. Le gambe, le braccia e le spalle sembravano di roccia. Aveva i capelli neri e ricci. Ed erano cos lunghi che gli arrivavano fino alle spalle. Aveva gli occhi scuri e assenti. Spalle leggermente piegate in avanti. Aveva i denti bianchi e dritti. Il viso era brutto. Talmente brutto che sembrava bello. Era cattivo con tutti. Anche con se stesso. Persino le guardie lo temevano. (...) Aveva un amico, Silvestro, "u su iattu". Teneva pi a quel gatto che alla sua vita, perch la sua vita era quel gatto. Parlava solo con lui. E Silvestro lo ascoltava senza dire quasi nulla. Solo ogni tanto gli rispondeva con un miagolio. La Belva aveva bisogno d'amare, ma non aveva nessuno d'amare. E un giorno inizi ad amare quel micio. Tanto tempo fa gli era entrato in cella dalla finestra che era appena un gattino. Ormai erano passati diversi anni e Silvestro era sempre con lui. Il gatto di giorno andava in giro, ma la sera, prima della chiusura del blindato, ritornava nella cella di Nino.Quando la Belva lo vedeva arrivare dalla finestra o dal cancello della sezione sorrideva.E gli s'illuminavano gli occhi. Fin quando un giorno...Carmelo Musumeci
Il SenzaDio da tanti anni viveva in carcere, dentro una cella, con davanti una porta blindata e un cancello, e una finestra con le sbarre di dietro. La vita gli aveva sempre voltato le spalle, ma lui era sempre riuscito a trovare una ragione per continuare a vivere. E, negli ultimi tempi, aveva trovato nel suo cuore e nella sua mente un Angelo che riusciva vedere solo lui.Al suo arrivo, vide il nuovo carcere dai fori della parete del blindato che lo trasportava. Poi lo vide da dentro le mura e gli sembr ancora pi brutto.Il pesante portone scrostato e umido si chiuse come le fauci di una belva su una preda ed emise un rugginoso scricchiolio. Il SenzaDio scese dal blindato sul cortile interno del carcere con le manette ai polsi. Fu subito colpito da una ventata di freddo sul viso e il gelo gli punse le labbra. Si guard intorno. Lasci vagare lo sguardo e vide muri possenti con in cima alti vetri blindati. In ogni angolo del muro di cinta c'era una torretta con dentro una guardia armata. Al centro, c'era un alto e massiccio edificio.Il SenzaDio cap subito che quella doveva essere la "Prigione delle scimmie".Ne aveva sentito parlare e pens che in quel carcere sarebbe stato difficile sopravvivere perch le guardie facevano combattere i detenuti fra di loro. Poi avvert sulla pelle l'inconfondibile puzza di ogni prigione in cui andava. Era l'odore di dolore.Apr la bocca verso il cielo e ingoi con avidit l'aria pulita del mattino. Poi not il cielo coperto da una foschia umida e bagnata. Sembrava che il cielo stesse piangendo perch era coperto da un velo di nuvole grigie.Le guardie della scorta lo guardarono con occhi cupi. Gli intimarono di muoversi. Una di queste tese leggermente la catena attaccata alle manette. Il SenzaDio lo fulmin con un'occhiata e non mosse un muscolo. Rimase fermo come un macigno e trattenne a stento un sorriso. Continu a fissare il cielo come se niente fosse. Lasci trascorrere qualche secondo. Poi guard le guardie senza vederle e, ad un tratto, sorrise a se stesso. Volt le spalle. Si mosse. E, a grandi falcate, quasi trascinando le guardie, entr nella porta spalancata davanti a lui, portandosi dietro il suo Angelo.